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«Anima di Poesia» di Emanuele Marcuccio, una lettura critica a cura di Francesca Luzzio

 

ANIMA DI POESIA

di Emanuele Marcuccio

Recensione critica

a cura di Francesca Luzzio

TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, pp. 80

ISBN: 978-88-98643-08-0

Poesia

 

 

Il titolo “Anima di Poesia” della seconda raccolta poetica di Emanuele Marcuccio è emblematico, poiché tende a sottolineare le ripercussioni interiori che il vivere determina nella sua anima. La realtà esterna pertanto, non è proposta nella sua oggettività, ma nella valenza semantica che essa assume nello spirito e nella emotività sentimentale dell’autore. Anche il frequente richiamo a poeti romantico-decadenti (Leopardi, Pascoli) dei quali vengono riportati o parafrasati versi, sintagmi e movenze poetiche, non sono banale sfoggio culturale, ma espressione di sintonia empatica del sentire che trova nell’affinità interiore o nelle occasioni di vita, l’origine. Ad esempio, la lirica “Per una strada d’un’alba d’autunno”, dedicata a G. Pascoli, presenta movenze (“e che canti/ e che suoni”) di un noto canto leopardiano, “A Silvia” (“che speranze, che cori [...]”), su cui s’innesta la presenza della congiunzione “e”, tipica di alcune liriche del destinatario. Secondo Contini, essa nel poeta romagnolo esprime una continuità col mondo che precede, con il non detto, nel poeta siciliano, invece ci sembra che proponga l’espandersi del risveglio alla vita, cantato nei versi precedenti: per quella strada, nonostante la stagione, l’alba richiama all’agire e solo gli alberi senza fronde sembrano non parteciparvi. Così questi ultimi sembrano incarnare il corrispettivo simbolico di Pascoli, Leopardi e  Marcuccio, infatti essi appaiono come uniti da una sorta di timida solitudine di fronte a un diverso travaglio esistenziale che li rende (“[...] alberi senza fronde/ per una strada d’un’alba d’autunno”). Rilevante nella lirica citata è anche la strutturazione formale, che presenta coppie di versi di uguale lunghezza: due endecasillabi (“Ci sono gli alberi senza le fronde/ per una strada dʼunʼalba dʼautunno”); due quinari (“si rincorrono/ si confondono”), etc..., rime, come nei due ultimi versi citati ed assonanze (“[...] volo/ si rincorrono”); né sono da trascurare le occorrenze del secondo verso, presente cinque volte, al fine di sottolinearne la pregnanza semantica. L’analisi di un solo testo basta a rilevare la profondità sentimentale, meditativa e culturale da cui nasce l’ispirazione di E. Marcuccio che considera la poesia il suo sole, “un sole diverso/ un sole che ci illumina/ anche di notte”; egli di conseguenza in qualità di poeta è un girasole che si volge come il fiore, verso la sua fonte d’ispirazione e di vitalità. Le metafore del sole e del girasole per indicare la poesia e il poeta sono di lontana ascendenza mitica (Ovidio, Le Metamorfosi) e le ritroviamo nel commento di Contini alle Rime di Dante (sonetto a G. Quirini) e anche in Montale, il quale chiama “Clizia” una donna da lui amata, Irma Brandeis, nota dantista dell’epoca. Nel mito Clizia amata dal Sole, per gelosia aveva provocato la morte di Leocotoe e, per questo, abbandonata dal dio, si trasformò in eliotropo o girasole, che si volge sempre verso il sole, cioè verso Apollo, dio della cultura, manifestando nel suo costante mirarlo, l’eternità del suo amore. Considerata l’alta considerazione che Marcuccio ha della poesia è naturale che egli si ricolleghi a così rinomati ascendenti e che per esprimere tutto il suo amore per la poesia, cerchi nello stesso tempo moduli espressivi nuovi che maggiormente si confanno al suo sentire e gli consentano contemporaneamente di entrare meglio in comunicazione empatica con il lettore. La sua capacità di fare intuire più che descrivere e dire, gli permette di lasciare a chi legge ampia libertà immaginifica e di tendere, molto più che il suo amato Pascoli, all’essenzialità espressiva, tipica dell’Ermetismo. Tuttavia l’essenzialità espressiva del nostro poeta non elimina mai la comprensione semantica ed eliminando progressivamente nella seconda parte della raccolta, parole, ma anche punteggiatura e infine la maiuscola nell’incipit della poesia, risponde semplicemente ad un’urgenza innovativa, infatti sostiene E. Marcuccio “La poesia di un poeta deve essere sempre in evoluzione”, assecondando, aggiungiamo, il variare e il mutare dell’essere e del sentire.

Francesca Luzzio

Palermo, 20 luglio 2015

 

 

 

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