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"La Stanza Pinguino", racconto di Lucia Bonanni

 

LA STANZA PINGUINO

(Racconto di Lucia Bonanni)

 

 

Con le more che avevano raccolto da una pianta che sbucava dal muro del giardino, la mamma aveva preparato dei vasetti di marmellata che aveva messo ad asciugare sul davanzale della finestra col coperchio rivolto all’ingiù. 
Adesso lo spirito del tempo, il loro zeitgeist personale, col ghiaccio e la neve ricordava le favole di una volta (oggigiorno le favole sono scritte tutte moderne e a lei non piacevano) che spandevano le favole favolose nel mondo ed era bello pensare alla magia di quei racconti davanti alla stufa di ceramica. 
Faceva freddo, ma con la temperatura che era salita a –4, sembrava quasi che facesse caldo ed i loro genitori erano riusciti anche a lavare l’auto che era piena di sale, ghiaccio e neve sporca. 
Dopo qualche giorno aveva ripreso a nevicare, fortunatamente in modo leggero altrimenti in paese e nella zona circostante ce ne sarebbe stata un metro. 
Per le strade secondarie che attraversavano i piccoli paesi, circondati dai campi, quando tirava vento e sollevava la neve mista a ghiaccio, sembrava di vedere uno dei quei documentari che tratta dei paesi nordici. Il tempo cambiava velocemente. La pioggia e la neve nonché il vento si alternavano rapidi e per un momento era caduta anche una pioggerella gelata. 
Durante la notte la neve si era accumulata anche di fronte alla finestra della cucina sotto l’angolo esterno dal muro, protetto dal tetto soprastante e quella mattina non facevano in tempo a pulire che dopo un’ora era a uguale a prima. 
La strada era tutta bianca e c’erano poche macchine anche perché era sabato e le persone non si recavano al lavoro. Da dietro la finestra i due bambini guardavano i panni messi ad asciugare che in un attimo  diventavano degli stoccafissi perché l’acqua subito spariva dalla stoffa-cotone. Si figuravano anche un paio di strade che conoscevano e che avevano percorso un paio di giorni prima; tra i campi ghiacciati ricordavano una strada che attraversava la zona dove d’estate c’erano le coltivazioni e avevano visto il display della macchina segnare la minima di –12 gradi. Ci mancava solo di veder attraversare la strada da un pinguino e la scena sarebbe stata perfetta. 
La casa era grande e per stare tutti insieme andava bene. La mamma, oltre alla lana per confezionare sciarpe e cappelli, aveva acquistato anche un paio di piastre a induzione ed un forno a microonde per poter cucinare più velocemente e preparare biscotti  e dolci di ogni tipo. 
Lo vide che stava seduto in cucina. Davanti a sé aveva un piatto colmo di fette di pane con burro e marmellata. Indossava un mantello di pelliccia di volpe azzurra e all’anulare della mano destra portava un anello d’oro con incastonato un frammento di roccia. Continuò a mangiare quella che doveva essere la merenda di Peter e non si voltò, quando la sentì entrare. 
E tu chi sei?” lo apostrofò incuriosita Marilù. “Ehi… dico a te!” continuò la bambina. 
“Mi chiamo Beo” rispose l’elfo alquanto infastidito. “Ma da dove vieni”. Insisté lei mentre afferrava una fetta di pane. 
“Un tempo abitavo sotto l’arco del Bifröst ai piedi del grande frassino. Una delle mie antenate era una tessitrice di destini e decideva quanto lunga doveva essere la vita degli uomini” 
“… E quell’anello che porti al dito?”. Lo incalzò Marilù. 
“Questo? Questo è un anello magico”. “Magico?”. Esclamò Peter mentre si versava un bicchiere di latte. “Sì, è un anello magico e si adatta al dito di chi lo indossa”. Continuò l’elfo, guardando la neve che cadeva fitta. 
“Ricordo una fiaba in cui si racconta di un uomo che aveva pescato un anello d’oro in un grande fiume”. Continuò Marilù 
“… E poi con una formula magica un mago di nome Wolf lo aveva trasformato in una imbarcazione con la prua a voluta”. Aggiunse Peter, ricordando la fiaba che aveva sentito raccontare dalla nonna. 
“È questo!”. Disse l’elfo, guardando l’anello. “Me lo sono guadagnato, superando alcune prove tra cui quella di tirare con l’arco e cacciare volpi azzurre”. 
“Allora sei tu l’elfo che navigava sul drakàr per raggiungere l’Islanda!”1. Dissero all’unisono i due bambini. 
“Certo… Sono proprio io! Ma una volta giunto sull’isola, ho dovuto combattere contro gli indigeni che volevano catturarmi per darmi in pasto al drago che stava a guardia del loro tesoro”. 
Accanto alla stufa di ceramica si stava bene e Beo continuò a narrare le sue avventure. Raccontò di come era riuscito a sfuggire agli indigeni con l’aiuto di un’erba magica e come era giunto presso il cortile di un castello abitato da fate guerriere che gli avevano fornito cibo a volontà e aiuto per tornare a casa. 
“Ci fai provare il tuo anello?”. Lo interruppe ad un tratto Marilù. 
I due bambini unirono le palme della mano destra e Beo, ripetendo la formula magica, fece scivolare l’anello sui loro anulari. 
All’improvviso Peter e Marilù si ritrovarono a volteggiare in mezzo ai fiocchi di neve e poi giunsero in un Paese dove le strade, le case, gli alberi, gli animali, il fiume, i campi e le montagne erano tutti di ghiaccio. Dal terreno salivano getti di vapore caldo e stranamente le persone indossavano magliette a mezze maniche e pantaloni corti, viaggiavano su slitte trainate da una o due renne e si procuravano il cibo in un supermercato che distribuiva gratis i propri prodotti. Nessuno degli adulti andava al lavoro e i bambini negli zaini tenevano astucci ricolmi di dolciumi, caramelle e stelle filanti. 
Una sera mentre gironzolavano per le strade illuminate da striscioni multicolori, udirono una voce che a cantilena ripeteva la stessa frase. “Stranieri… Chi siete?”. “Dov’è la vostra casa?”. 
I due bambini rimasero stupiti. Dietro di loro stava un’elfa che indossava un vestito di panno rosso e un cappello a punta di colore nero da cui spuntava una ciocca di capelli color del cielo. Elfa Blu si avvicinò piano. Baciò prima gli occhi a Peter e poi la chioma a Marilù. Entrambi caddero in dolce abbandono e un sonno profondo si impadronì di loro. Poi quasi per incanto si ritrovarono nella cucina di casa a conversare con Beo che intanto aveva continuato a narrare le sue avventure. 
“Su… su… A dormire che si è fatto tardi!”. Li esortò la mamma che ancora non si era accorta della loro sparizione e neppure di quell’ospite tanto strano e inatteso. 
“Tu stanotte dormirai nella stanza pinguino”. Aggiunse, guardando Beo di traverso. 
“La stanza pinguino?”. Rispose lui con un moto di stizza. 
“Sì… la stanza pinguino! Proprio quella! Qui al pianterreno”. Tagliò corto la mamma mentre gli porgeva un pigiama a fiori e una coperta di pile. 
Peter e Marilù avevano dato il nome di “stanza pinguino” a quella che un tempo era stata la camera da letto dei loro genitori e che poi era stata adibita  a ripostiglio a causa della forte umidità che pian piano aveva invaso le pareti. Sembrava di stare al Polo Sud tanto faceva freddo lì dentro e i due bambini pensavano che solo un pinguino sarebbe stato in grado di sopravvivere a una temperatura così bassa. 
“Ecco spiegato tutto” si disse Beo tra sé e sé, infilandosi sotto le coltri stecchite come merluzzi  messi ad essiccare. 
La neve continuò a cadere per tutta la notte e al mattino, quando Peter e Marilù scesero in cucina a fare colazione prima di andare a scuola, sul tavolo trovarono  un anello d’oro con incastonato un frammento di roccia e un sacchetto di sassolini bianchi. Di Beo, però, nessuna traccia! 
Solo un libro di racconti fantasy, aperto alla pagina dove si narrava di un elfo che era giunto da un paese lontano per portare a due bambini un sacchetto colmo di sassolini della felicità. 
O forse… i due bambini avevano immaginato tutto! 
Chissà!

 

Lucia Bonanni

 

 

* Immagini: dall'account pinterest, amongraf.ro "https://it.pinterest.com/pin/494129390345707989/"
dall'account, Healthy Tree Frog "
https://it.pinterest.com/pin/494129390346165391/"

 

 

 


1 Per scrivere questo racconto mi sono anche liberamente ispirata alle vicende narrate dal poeta Emanuele Marcuccio nel suo dramma inedito in versi, ambientato in Islanda e che non ha ancora completato. Nel suo dramma tipica è l'espressione drakàr anziché drakkar. Una lettura appassionata e appassionante e uno studio approfondito, tanto che sul dramma di Marcuccio ho in scrittura un saggio monografico. [N.d.A.]

Grato e onorato dell'omaggio, sembrerebbe che siano passati secoli e che ormai la storia immaginata per il mio dramma sia raccontata come favola ai bambini, ovviamente modificata, contaminata, come di solito può succedere in questi casi. Chissà!

Emanuele Marcuccio

Il ‎racconto ‬di ‎LuciaBonanni‬ su Suroeste n°120 abril2016, pp.116-120

Emanuele Marcuccio 04/14/2016 20:20

Il ‎racconto ‬di ‎Lucia Bonanni‬ su Suroeste n°120 abril2016, pp.116-120.
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